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Gli obiettivi decentrabili-basculabili:
analisi del Canon TS-E 24mm f/3.5L

una recensione operativa
di Mario Corsolini

Introduzione.

Tra il 2008 e il 2009 i due maggiori produttori mondiali di sistemi reflex, Canon e Nikon, hanno entrambi svecchiato le rispettive offerte di obiettivi decentrabili-basculabili. Si tratta di obiettivi di non facile utilizzazione e, forse per questo motivo, considerati di nicchia, che tuttavia permettono di portare nel mondo delle reflex, almeno parzialmente, la versatilità compositiva offerta dal banco ottico. Scopo di questa recensione è vedere più da vicino uno di questi obiettivi: non gli ultimi usciti, bensì il classico Canon TS-E 24mm f/3.5L (scelta casualmente dettata dal fatto che chi scrive possiede e usa con gran soddisfazione la lente in questione!). Le considerazioni di carattere generale che verrano fatte saranno comunque valide su pressoché ogni lente decentrabile-basculabile, a prescindere da modello e produttore.

Innanzitutto chiariamo il significato del nome: gli obiettivi TS-E sono compatibili con tutte le fotocamere Canon EOS, tuttavia non hanno nel nome la classica sigla EF che ne designa la baionetta poiché non sono Electro-Focus: la messa a fuoco è solo e rigorosamente manuale. Nella sigla rimane tuttavia la E che sta a indicare la gestione Elettronica del diaframma (le altre lettere, T e S, sono le iniziali delle parole inglesi Tilt e Shift, che significano rispettivamente basculabile e decentrabile). La L (rossa!), infine, sta come sempre a indicare che la lente fa parte della serie professionale (o Luxury) delle lenti Canon, essendo costruita secondo i più elevati standard qualitativi della sua epoca.

Per consultare le caratteristiche tecnico-costruttive dell'ottica si rimanda all'apposita pagina a lei dedicata nel Canon Camera Museum. Facciamoci invece un'idea visiva di ciò di cui si sta parlando:

[Canon TS-E 24mm f/3.5L] [Diagramma a blocchi]

Come si intuisce dall'immagine, sull'obiettivo ci sono parecchie regolazioni. Analizziamole singolarmente.

  1. Ghiera per la messa a fuoco (solo manuale).
  2. Levetta metallica, praticamente invisibile nella foto (e quasi altrettanto nella realtà), in basso a destra, che serve per sbloccare la rotazione dell'intero obiettivo (lungo l'asse ottico) in modo da poter scegliere a piacere la direzione di decentramento e basculamento. Si può impostare una direzione qualunque; ogni 30 gradi ci sono delle tacche, a mo' di riferimento, e ogni 90 gradi l'obiettivo si può bloccare. Bisogna precisare che per impostazione di fabbrica il movimento di basculamento avverrà in direzione perpendicolare a quella scelta per il decentramento (se si decentra in verticale, si bascula in orizzontale e viceversa). Svitando la base dell'obiettivo e rimontandola ruotata di 90 gradi si può allineare i due movimenti sulla stessa direzione, cosa tuttavia sconsigliata da Canon poiché usando i due movimenti assieme si aumenterebbe notevolmente la vignettatura agli angoli dell'immagine.
  3. Rotella piccola per s/bloccare il movimento di basculamento (nell'immagine non si vede: è sul lato dell'obiettivo nascosto alla vista).
  4. [Intersezione di piani] Rotella un po' più grossa per effettuare il basculamento vero e proprio (nell'immagine è al centro), che è il movimento che permette di ruotare il piano di fuoco (senza spostare la fotocamera). Agendo sulla rotella il gruppo frontale dell'obiettivo ruota attorno all'asse della rotella fino a 8 gradi. Non sono molti, ma c'è una legge ottica che dice che il piano del sensore digitale (o della pellicola, precisazione che nel seguito verrà omessa), il piano sul quale giace il gruppo ottico e il piano di fuoco, se non sono paralleli (come accade per tutti gli obiettivi non TS-E), allora si incontrano tutti nella stessa retta (nella figura accanto si ha in nero il piano del sensore, in rosso il piano del gruppo ottico, in blu il piano di fuoco, mentre la linea tratteggiata verde indica la direzione di scatto, dove viene misurata la distanza di messa a fuoco; tutti i piani sono ovviamente ortogonali rispetto allo schermo e quindi sono disegnati come rette, che si incontrano in un punto). A seconda della distanza di fuoco, dunque, basterà una rotazione anche abbastanza piccola del gruppo ottico frontale per provocare una rotazione considerevole (fino a quasi il massimo teorico di 90 gradi) del piano di fuoco. Ovviamente su un 24mm non particolarmente luminoso questo è un aspetto col quale si più giocare poco, visto che la profondità di campo è comunque molto ampia, ma come si vedrà qualcosa si può fare.
    Una ultima nota sulla rotella di basculamento: nella scala graduata che misura l'angolo di rotazione le tacche più esterne sono in rosso e quelle centrali in bianco (la stesso cosa avviene nella scala che misura il decentramento). La zona rossa è quella di "pericolo vignettatura": su pieno formato se uno degli indicatori è sul rosso è bene che l'altro resti nella zona bianca.
  5. Rotella piccola per s/bloccare il movimento di decentramento (nell'immagine è quella sulla destra).
  6. Rotella un po' più grossa per effettuare il decentramento vero e proprio (nell'immagine è a sinistra), che è il movimento che permette di variare la direzione dell'inquadratura (senza spostare la fotocamera). Agendo sulla rotella l'intero obiettivo viene spostato lungo la direzione scelta fino a 11 mm. Anche questo sembra poco, ma si consideri che l'immagine proiettata sul sensore ha dimensioni 24 x 36 mm su pieno formato, meno su APS-H e ancora meno su APS-C. Spostare quindi di poco l'intero sistema ottico provoca uno spostamento ben evidente sull'immagine inquadrata. Questo ovviamente è possibile poiché gli obiettivi TS-E proiettano un cono di luce molto più ampio del sensore. Altrettanto ovviamente questo si porta dietro alcuni inconvenienti: decentrando si va a prendere l'immagine ancora più lontano dall'asse ottico di quanto lo siano gli angoli in una fotocamera a pieno formato. L'obiettivo deve dunque avere ottima qualità per evitare i più comuni difetti ottici.
    [San Pietro con decentramento] Ma vediamo un esempio di come funziona il decentramento. Nella foto accanto si vede l'immagine (completa) del cono di luce proiettato dal TS-E sul piano del sensore. La circonferenza verde indica invece il cono di luce che proietterebbe un obiettivo normale, non TS-E, mentre il rettangolo verde indica il sensore stesso, ovvero la porzione di immagine che verrebbe registrata scattando la fotografia (la fotocamera è in posizione verticale); in questo caso il centro ottico corrisponde con il centro dell'immagine. Usando invece un obiettivo TS-E si può spostare la porzione inquadrata (senza muovere la fotocamera): nell'esempio è stata spostata di circa 10 mm (cioè quasi il massimo) in direzione "ore 2". Come si nota il centro dell'immagine (in rosso) non coincide più con il centro ottico dell'obiettivo (in verde) e la scena inquadrata nel mirino è adesso quella nel rettangolo rosso.

Il movimento di decentramento.

[TS-E decentrato]

Passiamo all'utilizzo sul campo e, in particolare, alle famigerate linee cadenti.

Rette parallele restano tali se proiettate su un piano a sua volta parallelo alle rette stesse. Ma se questo non succede allora, per un noto fenomeno prospettico, le rette proiettate non sono più parallele ma diventano convergenti (si incontrano "all'infinito": si pensi per esempio ai binari di un treno). Quando si fotografa un palazzo, quindi, per evitare pareti convergenti è necessario che la fotocamera sia perfettamente orizzontale (cioè sensore perfettamente verticale) affinché gli spigoli verticali della costruzione restino tali anche sul fotogramma. Problema: così facendo in metà dell'inquadratura ci sarà la strada, nell'altra metà il palazzo probabilmente tagliato anche mettendo la fotocamera in posizione ritratto. [San Leopoldo con linee cadenti] O, se completo, avremo sprecato metà del fotogramma (e della risoluzione) per inquadrare asfalto. Soluzione: usando un obiettivo TS-E si tiene la fotocamera perfettamente in bolla (niente linee cadenti) e si sposta l'obiettivo verso l'alto: tutta l'immagine si sposta, la strada viene tagliata via e al suo posto entra nell'inquadratura il tetto del palazzo.

Questa accanto è la fotografia di una chiesa (San Leopoldo a Follonica, di Manetti e Reishammer, 1838), presa frontalmente, fatta con un obiettivo da 24mm normale. Per riprendere tutto l'edificio dal piano stradale si è dovuto puntare la fotocamera lievemente verso l'alto e, come risultato, si sono ottenute evidenti linee cadenti.

[San Leopoldo tagliata]

Per evitare le linee cadenti si sarebbe dovuto tenere la fotocamera in bolla, ottenendo una immagine mal tagliata (a meno che non ci si fosse allontanati parecchio, diminuendo le dimensioni e quindi il dettaglio del soggetto), come nella seconda foto.

Tenendo infine la fotocamera in bolla, ma decentrando un po' l'obiettivo, l'immagine inquadrata nel mirino si sposta, scivolando verso l'alto. [San Leopoldo decentrata] E siccome questo effetto lo si ottiene senza muovere la fotocamera, la proiezione delle linee verticali non viene rovinata e il risultato finale è quello visibile nella terza immagine.

Il controllo sul parallelismo delle linee ottenibile decentrando può naturalmente essere ottenuto anche in post-produzione, scattando con un'ottica normale. Tuttavia, al di là della differente impostazione filosofica tra chi preferisce studiare accuratamente uno scatto a priori e chi invece preferisce correggerne gli eventuali difetti a posteriori, c'è un aspetto qualitativo di cui bisogna tener conto. [San Leopoldo raddrizzata] Se si volesse correggere in post-produzione la prima foto della chiesa di San Leopoldo in modo da renderla simile alla terza, ci sarebbe bisogno di stirare orizzontalmente la parte superiore (con conseguente perdita di nitidezza) e, per mantenere le giuste proporzioni, comprimere quella inferiore (con conseguente necessità di tagliare i bordi destro e sinistro, sperando di non dover intaccare il soggetto principale, cosa che si può tuttavia evitare facendo un passo indietro o adoperando un'ottica più grandangolare). Si otterrebbe cioè qualcosa di simile alla quarta fotrografia.

È bene ribadire, tuttavia, che la differenza è davvero soprattutto filosofica: da una eventuale stampa di medie dimensioni nessuno sarebbe in grado di distinguere come è stata ottenuta la foto e, probabilmente, solo un occhio ben allenato e consapevole riuscirebbe a capirlo da un'analisi accurata del file a piena risoluzione.

Il movimento di basculamento.

[TS-E basculato]

Come noto la cosiddetta "profondità di campo" è, in fotografia, la zona davanti e dietro a un soggetto messo a fuoco in cui l'immagine appare accettabilmente nitida. La profondità di campo dipende da tre variabili: la lunghezza focale dell'obiettivo (è maggiore coi grandangoli, minore coi tele), l'apertura del diaframma (è maggiore a diaframmi chiusi, minore a diaframmi aperti) e la distanza da cui viene eseguito lo scatto (è maggiore con soggetti lontani, minore con soggetti vicini). [Profondità di campo] In una foto realizzata con un obiettivo non basculato la profondità di campo sarà quindi una porzione di spazio compresa tra due piani, paralleli al sensore, uno a distanza minore di quella impostata sulla ghiera della messa a fuoco, l'altro a distanza maggiore (di solito molto maggiore). Abbiamo tuttavia visto che, basculando, il piano di messa a fuoco può essere ruotato. Con lui ruotano anche i due piani che definiscono la profondità di campo ma, poiché focale e diaframma (una volta impostato) non variano, in virtù della terza variabile sopra ricordata, la profondità di campo sarà più stretta vicino alla fotocamera e più larga lontano da essa. Quello che si ottiene è insomma una situazione come quella rappresentata nella figura a destra, dove la zona blu rappresenta la profondità di campo, cioè la zona dove i soggetti appariranno nitidi, sia basculando (in basso) che non (in alto).

Poter basculare un obiettivo permette quindi grandi possibilità compositive, sconosciute a chi non possiede un'ottica basculabile. Eccone un esempio:

[Mount Washington (Shea Wyatt)]
Mount Washington, fotografia di Shea Wyatt.

Si noti come la zona di messa a fuoco sia completamente diversa da quella tipica degli scatti effettuati con ottiche normali: dividendo il fotogramma in tre fasce verticali, quella centrale (che contiene il soggetto principale su cui si focalizza l'attenzione di chi guarda) è tutta perfettamente nitida, dai fiocchi di neve più vicini, in basso, fino agli alberi più lontani, in alto. Di contro tutta la parte destra della foto e, ancor di più, quella sinistra sono completamente sfocate, a tutte le distanze: il piano di fuoco è dunque disposto in verticale, pressoché parallelo alla direzione di scatto. Un effetto del genere si potrebbe ottenere in post-produzione (con un bel po' di lavoro, specialmente se la scena ritratta fosse più complessa di quella qua portata ad esempio) solo se si partisse da una immagine tutta completamente a fuoco, cosa che non sempre è possibile ottenere (a volte nemmeno l'iperfocale potrebbe essere sufficiente): sfocare un soggetto nidito è sempre possibile, la via contraria no!

Come ulteriore nota va detto che ottenere una messa a fuoco selettiva come quella qua presentata non è affatto facile: quasi ogni movimento e regolazione del TS-E influenza la messa a fuoco. Spesso la maniera migliore per ottenere esattamente quello che si ha in mente è procedere per tentativi e raffinamenti successivi, meglio se disponendo di un buon mirino ampio e luminoso (o un buon display ampio e luminoso, nel caso la propria fotocamera disponesse della funzione live-view) dove controllare passo passo la nitidezza dei vari elementi presenti nella scena inquadrata. Tanta perseveranza sarebbe però premiata: i risultati possono essere estremamente efficaci, accattivanti e inusuali.

Uso su fotocamere a formato ridotto.

Usare un obiettivo TS-E su fotocamera digitale a formato ridotto comporta, come ci si può ragionevolmente aspettare, sia dei vantaggi che degli svantaggi. Partiamo da quelli più ovvi: a parità di lunghezza focale l'immagine nel mirino sarebbe più stretta, di circa 1.3 volte per l'APS-H e circa 1.6 volte per l'APS-C. Questo naturalmente è uno svantaggio soprattutto per i TS-E grandangolari, mentre potrebbe non esserlo per i TS-E normali e tele. Un altro vantaggio usuale è che su formato ridotto si soffrirebbero molto meno i difetti periferici dell'ottica, come vignettatura, calo della nitidezza e del contrasto, distorsioni e aberrazioni varie. C'è però un altro aspetto che è un po' meno ovvio e che risulta essere in un certo senso un vantaggio: l'efficacia relativa del movimento di decentramento aumenta al diminuire delle dimensioni del sensore!

[Confronto decentramento]

Vediamo di chiarire il concetto. Nella figura accanto sono messi a confronto gli effetti della medesima decentratura realizzata su una fotocamera a pieno formato (sensore di 24 x 36 mm, esempio di sinistra) e su una APS-C Canon (sensore di circa 22.5 x 15 mm, esempio di destra). Il rettangolo verde indica l'immagine inquadrata senza decentrare e tenendo la fotocamera in posizione panorama, in rosso è delimitata l'immagine inquadrata dopo aver decentrato l'ottica verso l'alto di 11 mm (il massimo consentito dal Canon TS-E 24mm f/3.5L), i punti indicano i centri delle rispettive inquadrature e in blu, infine, si ha il cono di luce proiettato dall'obiettivo.

Come si nota la parte comune tra le due inquadrature è molto maggiore nel pieno formato rispetto al formato ridotto. Facendo un po' di semplici calcoli si vede che nella fotocamera a pieno formato, essendo il lato verticale lungo 24 mm, cià che inizialmente era al centro dell'immagine va a finire a 1 mm dal bordo del fotogramma finale, ma pur sempre al suo interno. Su APS-C la stessa operazione manda ciò che prima era al centro ben 3.5 mm fuori dal fotogramma, dato che il lato verticale del sensore è di soli 15 mm totali.

In pratica, a parità di decentramento, se si guarda nel mirino di una fotocamera a pieno formato mentre si decentra, si vedrà l'immagine spostarsi lentamente verso la direzione di decentramento. A fine corsa l'inquadratura sarà quindi diversa da quella iniziale, ma non tantissimo. Su APS-C, invece, si vedrà scorrere l'immagine nel mirino più velocemente (esattamente 1.6 volte più velocemente) e, alla fine, quello che si vedrà sarà una inquadratura che è quasi completamente al di fuori di quella di partenza.

Considerazioni finali.

Una curiosità e un breve elenco di pro e contro sull'ottica esaminata.

Sebbene non ufficialmente divulgato, gli obiettivi della serie TS-E sono meccanicamente compatibili con i moltiplicatori di focale, anche quelli originali Canon. Tuttavia sul 24mm già con l'1.4x i risultati sono non del tutto soddisfacenti, mentre con il 2x la qualità finale è pressoché scadente. L'eventale uso del moltiplicatore non viene comunicato al corpo macchina.

[Massa Marittima, Vicolo del Ciambellano]

PRO (pochi ma buoni, decisivi):

CONTRO (forse tanti, ma spesso veniali):

Uno sguardo al futuro prossimo.

Come anticipato all'inizio di questo articolo, Canon ha presentato al PMA2009 due nuovi TS-E: un incredibile 17mm f/4L e una versione aggiornata, revisionata e corretta del preesistente 24mm f/3.5L qua recensito (la cui commercializzazione risaliva al 1991). Il nuovo 24mm gode di una lunga serie di migliorie, sia ottiche che meccaniche, tra cui è da notare il fatto che adesso il movimento di decentramento è stato reso completamente indipendente dal movimento di basculamento: non si è più costretti a tenerli mutuamente ortogonali (o paralleli) come nel vecchio modello. L'escursione di entrambi i movimenti, inoltre, è stata lievemente ampliata.

Al momento chi scrive non ha ancora avuto la possibilità di provare personalmente questo gioiello (gioiello anche nel prezzo, purtroppo), ma dalle prime indiscrezioni pare che con il nuovo modello molti degli aspetti negativi elencati tra i contro della sezione precedente scompaiano o siano stati comunque drasticamente migliorati (in particolare tropicalizzazione e qualità ottica generale, fin sui bordi estremi). La speranza è di poter fornire quanto prima notizie sull'argomento più precise e circostanziate.

Per conchiudere ecco una striscia, realizzata da un compare di scorribande fotografiche notturne, che oltre al sottoscritto ha per protagonista proprio l'obiettivo da meditazione qua recensito!

[Sbu&Luke]
Articolo originariamente apparso su IdeaVisiva
il 2009-03-22, basato su interventi precedentemente
pubblicati su photo4u.it. Revisione estetica del 2015-07-20.